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Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gesù)

Avvolte tra i poveri (come raccomanda il beato Luigi Maria Palazzolo loro fondatore), abituate a combattere sul fronte sempre minacciato dell’umanità, sei missionarie non hanno abbandonato la trincea della carità né prima dentro la paura della guerra e dei saccheggi, né poi sotto l’incubo di quella terribile epidemia di Ebola che nel maggio 1995 ha spiazzato i sistemi difensivi di mezzo mondo.
Sei suore normali, rivestite di debolezza, morte una dopo l’altra in poco più di un mese, contagiate in Congo dal virus Ebola, si, perché “predisposte” da un’altra infezione presa nella loro giovinezza: quella del Vangelo annunciato agli ultimi, ai dimenticati, ai “non raggiunti” della terra.
Sei donne che, prese da un “amore esagerato”, hanno scelto semplicemente di “restare e condividere” là dove un AMORE più esagerato del loro le aveva un tempo precedute e chiamate a seguirLo.
Una testimonianza che ci sollecita ad affrontare il rischio di “amare fino a dare la vita”, se non vogliamo attribuirci abusivamente il nome di cristiani.

“QUANDO MI FACCIO SUORA, ATTRAVERSO IL MARE, SALVO UN’ANIMA E POI MUOIO”

Lo diceva ancora ragazzina Suor Floralba Rondi, la più anziana tra le suore morte di Ebola, la prima che prende il contagio, la prima a morire.
Era nata a Pedrengo, paesino della bergamasca, e fin da bambina aveva sentito in cuore la vocazione missionaria. La morte della mamma la costringe, ancora quindicenne, a farsi carico degli otto fratelli più piccoli, cosa che non le impedisce di continuare a sognare l’Africa, mentre frequenta l’Azione Cattolica e la Messa quotidiana.
A 20 anni riesce a partire per il convento, diventa suora e finalmente realizza il suo sogno: “attraversa il mare” verso lo sconosciuto e sterminato Congo Belga, nel cuore dell’Africa equatoriale.
Il Signore, laggiù, di anime da salvare gliene regala molte, in mezzo a lebbrosi, tubercolosi, bambini denutriti, handicappati, poveri di pane e di speranza.
43 anni così, ininterrottamente: di giorno sempre sorridente e instancabile nelle corsie o nella sala operatoria dell’ospedale della missione; la sera immobile a lungo davanti a Gesù Eucaristia. Quando qualcuno le raccomanda di riposarsi, la risposta sorridente e convincente è sempre la stessa: “E dove la trovo la forza se non qui, davanti a Gesù?”
Il virus Ebola lo prende in sala operatoria mentre assiste come tante altre volte un malato grave. Muore il 25 aprile 1995.

“LASCIAMI ANDARE DAL MIO SIGNORE”

Suor Clarangela Ghilardi era di Trescore Balneario. Al suo paese tornava per un po’ di riposo ogni 4 anni, ma oramai, con trent’anni di missione sulle spalle, il suo paese è il Congo.
Dalla famiglia contadina, semplice e buona quanto povera, suor Clara non eredita beni materiali, ma un bellissimo carattere sempre sereno, allegro, ottimista anche nelle difficoltà.
Entra in istituto a 21 anni e prima ancora della professione perpetua, eccola in missione. Per 36 anni spende il meglio di se stessa tra gli ammalati e soprattutto tra le giovani mamme in sala parto, dove con la sua professione di ostetrica esprime tutta la sua gioia di vivere e di proteggere la vita.
Vicino a lei, che con una battuta sdrammatizza le situazioni più pesanti, o che corre spericolata da un padiglione all’altro col suo fedele motorino fischiettando vecchie romanze, non si riesce a essere tristi!
Suor Clara prende il contagio nel reparto medicina dell’ospedale di Kikwit e muore l’8 maggio. Le sue ultime parole sono una commovente testimonianza del suo amore ai fratelli congolesi e del suo intenso desiderio di Dio: “Signore, abbi pietà del nostro popolo. Tu vedi i bisogni, ma io voglio fare solo la tua volontà… Lasciatemi andare dal mio Signore!”

“AMORE CHIEDE AMORE!”

Suor Danielangela Sorti nasce a Bergamo e arriva ultima di una schiera di 13 figli. A nove anni è già orfana di papà e di mamma e viene praticamente allevata dalla sorella maggiore. Forse è proprio il doversi “far strada” in mezzo a tanti fratelli più grandi che le forgia quel carattere forte, autonomo e battagliero che la caratterizza.
Quando dice in famiglia di voler farsi suora, l’opposizione è totale; oltretutto è ancora minorenne e c’è già un bravo ragazzo che le vuole bene. Ma lei non cede, si appella ad un Monsignore della Diocesi, poi porta le sue ragioni davanti al Giudice dei Minorenni e ottiene quanto vuole. A 19 anni entra in convento, si diploma infermiera e lavora per alcuni anni tra gli anziani dell’istituto Palazzolo di Milano.
Il suo desiderio di essere tutta di Dio si fa sempre più forte e la fa oscillare fra il sogno di chiudersi in clausura e l’attrazione missionaria. Nel 1978 i superiori la inviano in Congo dove, pur travolta dal lavoro e dai bisogni dei poveri, non perde la dimensione contemplativa della vita, tanto che le consorelle la ribattezzano “la trappistina”.
Lei scrive: “Cerchiamo di lottare per una liberazione prossima e futura di questo nostro Paese di adozione. Il Signore ascolti il nostro grido e mandi un nuovo Mosè. Ma per incontrare il Signore occorre passare molte ore in preghiera davanti a Lui… Amore chiede amore!”.
Si contagia assistendo con amore una sua consorella e muore l’11 maggio.

“LA MIA MISSIONE E’ SERVIRE I POVERI”

Suor Dinarosa Belleri era nata in Valtrompia, provincia di Brescia, e da bambina aveva conosciuto la povertà della guerra e la paura dei bombardamenti. Quando trova lavoro in una fabbrica di bulloni, fa chilometri a piedi e risparmia i soldi della corriera “per portarli un giorno in missione”. Tutto è guidato dalla Provvidenza che la prepara fin da allora alla dura vita missionaria che suor Dina vivrà in Congo per ben 29 anni, tra ammalati di tubercolosi e di AIDS e tra continue crisi politiche, disordini e saccheggi.
Il sorriso mite e quei grandi occhiali scuri, danno a suor Dina un’aria seriosa… In realtà è lei il “giullare” della comunità, sempre pronta a mettersi in maschera e rallegrare ogni festosa ricorrenza delle sorelle. Il virus Ebola se lo piglia tra i tubercolosi di Kikwit e la diagnosi se la fa ad occhi aperti. A una persona che le chiede se non ha paura, risponde: “Cosa ha fatto il mio fondatore? Io sono qui per seguire le sue orme, sono qui per servire i poveri. Il Padre Eterno mi aiuterà”.
Così è sempre stata suor Dina: parca di parole, ricca di fatti concreti, coerente alla sua chiamata fino alla fine, con estrema naturalezza. Il virus la distrugge in pochi giorni e muore il 15 maggio.

“CON MARIA AI PIEDI DELLA CROCE VOGLIAMO RIPETERE FIAT”

Di Suor Annelvira Ossoli una consorella ha testimoniato: “Nell’assistere le suore colpite dal virus prima di lei, ha proprio esagerato nell’Amore!”. Ma suor Anna non poteva essere che così: una esagerazione d’amore!
Era nata a Orzivecchi e da ragazza aveva imparato a fare la magliaia, oltre che aiutare il papà al mercato della verdura e d’estate in una piccola gelateria. Era una ragazza bella, esuberante e simpatica. Quando compie 17 anni il papà vuole comprarle una macchina di maglieria, ma lei la rifiuta perché – dice – vuole farsi suora. Il bel ceffone che le arriva dal papà non la scoraggia e a 19 anni pronuncia i voti religiosi tra le suore delle Poverelle. Studia e diventa infermiera, poi caposala, poi ostetrica: una bravissima ostetrica che trova immenso campo di lavoro in Congo, dove la sua vocazione missionaria la porta ancora giovanissima.
L’ultimo periodo dei suoi 34 anni di missione lo spende nel servizio di Madre Provinciale per le comunità d’Africa. Madre nei tanti anni di appassionato servizio come ostetrica, Madre nel prendersi cura delle sue consorelle fino a dare con estrema lucidità e generosità la vita per loro! Alcuni giorni prima di morire, isolata in una stanzetta della missione di Kikwit, scrive: “Ci rimettiamo a Dio… Con Maria ai piedi della croce vogliamo ravvivare la nostra fede e ripetere con Gesù e Maria il nostro FIAT”. Suor Anna muore il 23 maggio.

“DIO MI AMA DI UN AMORE INFINITO, PERCHE’ DIO AMA I PICCOLI”

Suor Vitarosa Zorza si riassume tutta nell’immagine di quel sorriso largo e perenne che non abbandonava mai la sua bocca. Era originaria di Palosco ed era cresciuta in una famiglia numerosa, laboriosa ed onesta. Orfana di mamma a soli due anni, Rosa cresce però serena e vivace, conosce un bravo ragazzo, si fidanza e sogna un futuro di sposa e di mamma felice. Ma il Signore chiama Rosa su strade diverse. Per guadagnare qualcosa va a lavorare nell’ospedale psichiatrico di Varese, conosce da vicino il carisma delle suore delle Poverelle, si interroga e a 21 anni decide che “E’ l’ora di dare la mia risposta a Dio”.
Dopo alcuni anni di vita religiosa e di servizio infermieristico in varie realtà italiane, viene mandata in Congo dove lavora per altri 13 anni, fino al giorno in cui, saputo che a 500 Km. c’è un’epidemia che fa morire tanta gente, lei si offre di andare a dare una mano e parte per Kikwit con due valige di medicinali e l’immancabile sorriso: “Perché avere paura? Anche le altre suore sono là. In questo momento hanno bisogno di me”.
Il segreto della sua carità simpatica e gioiosa lo scrive nei suoi appunti personali: “Ho percepito che Dio mi ama di un amore infinito. Più mi riconosco di avere tanti limiti e di essere tanto povera, più sento che Dio mi ama. Si, perché Dio ama i piccoli!”. A Kikwit assiste le sorelle contagiate dal terribile virus e le raggiunge in cielo, ultima della fila, il 28 maggio, festa dell’Ascensione.