La “cattedra” del povero

Per fare del suo cuore e della sua casa una “casa della misericordia”, ogni membro della Fraternità guarda a Gesù che visse nella famiglia di Nazareth dove volle fondersi con quanto era pienamente umano. (Art. 2 dello Statuto)

I poveri non sono solo i destinatari delle nostre esuberanze caritative, ma i titolari di quella cattedra di umanità di fronte ai quali dovremmo un po’ tutti diventare scolari.

Dalla comunione intra-ecclesiale, la carità si apre per sua natura al servizio universale, proiettandoci nell’impegno di un amore operoso e concreto verso ogni essere umano. (N.M.I. n° 49)

L’attenzione agli ultimi possiede un carattere esemplare del cuore del vangelo.

La carità del cristiano è una carità che “colora”, che veste, che “lievita” la sua intera esistenza: i sentimenti, i pensieri, le parole, i gesti, le azioni, gli stili, le scelte, le relazioni, la presenza, i legami, la prossimità, l’ascolto, l’accoglienza, l’accompagnamento, …ogni espressione di vita è “testimonianza di amore, di carità”.

“…rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, pazienza: sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri…”   Col.3,12-15

La carità come il “tutto della quotidianità” è regola di vita non optional.

Carità che fonda/trova le sue radici in Dio perché Dio è AMORE.

Dio è amore  in Cristo, non a parole ma con i fatti.  Il fatto, l’evento che Dio amore compie             è il dono, il dono della persona di Cristo, è la gratuità espressa in Cristo.

E’ l’annuncio dell’amore misericordioso e infinito di Dio per l’uomo e, in risposta, dell’amore dell’uomo per i fratelli, secondo la parola di Gesù.

Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv. 15,12)

“Tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me” (Mt.25,40)

“ Con gli ultimi e con gli emarginati, potremo tutti recuperare un genere diverso di vita. Demoliremo, innanzitutto, gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità.

Riscopriremo poi i valori del bene comune: della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociali, della corresponsabilità.” (La Chiesa Italiana e le Prospettive del Paese, n. 6)

“La carità espressa nel Vangelo non è un sentimento vago, o una emozione passeggera, ma è caratterizzata dalla concretezza e dalla quotidianità. L’amore, se è tale, si fa gesto e storia, come è stato nella vita e nella morte di Gesù…Con il suo amore di preferenza per i peccatori e i lontani, per i poveri e gli esclusi, che si estende a tutti, compresi i nemici, Gesù ha manifestato quella gratuità e sovrabbondanza di amore che caratterizzano tutto l’agire di Dio…Occorre imparare ad incarnare in gesti concreti, nei rapporti da persona a persona, come nella progettualità sociale, politica ed economica e nello sforzo di rendere più giuste e più umane le strutture, quella carità che lo Spirito di Cristo ha riversato nel nostro cuore” (E.T.C. n. 22 e 37)

Vivere la dimensione della carità vuol dire quindi non esitare ad assumere tutte le proprie responsabilità, operare scelte senza invocare coperture, misurarsi a viso scoperto e a proprio rischio, con responsabilità contrassegnate anche da qualche dissenso.

Importante diventa avere presente il forte richiamo del Concilio dove si auspica che una forma della carità necessaria per il nostro tempo è la promozione di cultura cristiana.

La cultura è il corredo di una persona, è il suo abito mentale capace di valutare accadimenti storici,comportamenti relazionali, manifestazioni della vita civile, proposte politiche.

Cultura è ancoraggio personale a parametri e criteri di giudizio che hanno fondamenti coerenti e coerentemente guidano comportamenti privati, civili e politici.

La cultura così intesa è rapportata alla concezione che si professa dell’uomo.

Pertanto, il fedele laico che ha una concezione cristiana dell’uomo non può disattenderla o rinunciarvi. Le attività di formazione verso un’antropologia cristiana dovrebbero rientrare nei progetti e nelle preoccupazioni di chi si inoltra nei sentieri della carità.

“L’apostolato delle idee è importantissimo, perché dal pensiero sgorga l’azione.

Tanti mali avvengono perché, soddisfatti di inginocchiarci in Chiesa, non sappiamo fuori di essa muovere un passo per Dio; perché non studiamo, non ci occupiamo delle grandi questioni moderne…. perché la nostra vita cristiana si limita alla Messa domenicale e a poche pratiche consolatorie…”      ( Elena da Persico )

Il ruolo della cultura cristiana nella costruzione della città dell’uomo, in una società connotata appunto da una pluralità di concezioni dell’uomo e di conseguenti culture, è inoltre  quello di mettersi  in dialogo aperto con le altre culture, in un contesto di fedeltà a se stessa.

Per il Palazzolo la scelta e l’invito a “servire i poveri da poveri” è frutto di acute e profonde intuizioni, nate dal suo continuo riferimento al Vangelo e dalla sua esperienza di vita.

La vita di don Luigi Palazzolo e di Teresa Gabrieli altro non sono che la scoperta, l’adesione, la risposta progressiva all’annuncio del Vangelo della carità, sui passi di Gesù, come Gesù, per amore di Gesù e nell’adesione generosa alla Sua Volontà di bene per tutta l’umanità .

La fede del Palazzolo è una fede personale e incondizionata nell’“Amabile Infinito Iddio”; fede che si traduce in adesione coerente e totale a Gesù, volto del Padre, che ama e serve l’uomo fino a lavargli i piedi, fino a spogliarsi di tutto e “morire ignudo sulla croce” per  amore.

Una fede che fa vedere-amare-servire Gesù Cristo in ogni persona, soprattutto se povera, fragile, ferita dalla vita, abbandonata.

Attualizzare nel nostro tempo questo “servire i poveri da poveri”, significa sentirsi alla pari con ogni uomo, nella volontà di creare relazioni di amicizia partendo dal vissuto e dalle aspettative dell’altro. Per realizzare tale incontro, è indispensabile porsi in ascolto dell’altro, accoglierlo, farsene carico, farsi “prossimo”.

Per rispettare veramente l’altro, occorre mettere in conto anche la impossibilità di comprendere pienamente l’altro, di rispondere ad ogni sua richiesta e a tutti i suoi bisogni. Prima che nella “soluzione” dei  problemi, la qualità dell’aiuto si realizza nella “condivisione” del disagio, della sofferenza, della difficoltà.

Nella scelta di servire, da poveri, i poveri noi scegliamo di misurarci più da                vicino anche  con il “nostro” limite, il nostro essere poveri, la nostra fatica ad accettarci             come siamo, la nostra capacità si sperare sempre nel bene e di affrontare con fiducia                      e ottimismo le nostre difficoltà.

La scelta dei poveri dice in ultima istanza un’opzione per il Dio del Regno annunciato da Gesù Cristo, che si è fatto povero tra i poveri. In Cristo umile la povertà e il bisogno non sono luogo della disperazione o della superbia, ma il luogo della fede e della comunione, perché permettono alla fede e all’obbedienza al Padre di incarnarsi nella storia. Il motivo, dunque, dell’impegno verso i poveri si basa fondamentalmente, in quanto cristiani, sul Dio della nostra fede, nel senso che tale impegno testimonia e realizza il rapporto filiale con Dio Padre rivelato in Cristo, il Figlio Primogenito.

Il primo passo da fare è quello di prendere coscienza del perché privilegiare i poveri.                 Si privilegiano i poveri e gli ultimi perché essi costringono a interrogare il vissuto quotidiano, cogliendo che la realtà di una povertà diffusa nel mondo è spesso frutto di ingiustizie, errori storici, violenze e privazioni, ma anche invitando a rileggere il senso degli atteggiamenti con cui cerchiamo la nostra realizzazione.

Il privilegio accordato ai poveri significa almeno due cose:

à        La prima è che questa attenzione di carità non può e non deve riguardare solo qualcuno nella Chiesa, ma tutti.

à        La seconda attenzione si riferisce al fatto che la vita cristiana non si riduce all’attenzione ai poveri. La cura per gli ultimi non esaurisce affatto la testimonianza della carità, necessaria per la fedeltà cristiana. Tuttavia l’attenzione e il servizio ai poveri e agli ultimi godono di privilegio nella testimonianza della carità, perché riportano direttamente e fortemente all’atto di fede che salva.  Detto in altri termini, la cura per i poveri consente un più forte         e diretto esercizio della fede, è veramente un rendere presente la benevolenza di Dio, il Dio rivelato da Gesù, che ha voluto identificarsi con ogni povero, con gli ultimi.

I poveri mentre ci commuovono ci suggeriscono i gesti precisi da compiere e ci fanno capire bene gli stessi gesti di Gesù, che si è sempre fatto vicino a coloro che soffrivano.

Per il vangelo i poveri sono una eredità preziosa, sono “l’appello” che Gesù ci lascia perché noi possiamo scoprire la nostra chiamata.

Una certa corrente della teologia e della pastorale ha potuto persino parlare dei poveri come “luogo teologico,” cioè come libro della fede da leggere e da collocare accanto al grande libro della Bibbia e della Tradizione.

Stando con i poveri, condividendo la loro esistenza, le loro fatiche e le loro lotte, anche lo stesso evangelo conquisterebbe autenticità e rilevanza. I poveri sono il libro dove io leggo che anche la mia vita così piena di cose e di beni, manca dell’ unica cosa necessaria che è la capacità di relazione, di condivisione, di amore,di affetto, di dedizione, di vocazione.

I poveri chiedono di accogliere l’evangelo nella sua integralità, di introdurli nello spazio della libertà fraterna, nella casa della comunione.

Alla fine i poveri non chiedono solo beni o cose, ma si attendono la nostra fraternità.

Il Palazzolo e la Gabrieli erano persone innamorate dell’umanità, incapaci  di vivere pensando solo a se stessi, incapaci di godere da soli i beni che la Provvidenza donava loro.

Nella logica del Vangelo e seguendo l’esempio di Gesù Cristo, il Palazzolo apre il suo cuore e offre il suo aiuto a tutti, ma con un’ attenzione preferenziale chiarissima: i poveri tra i poveri, quelli che per motivazioni diverse non possono usufruire di altre risposte adeguate.

Potremmo ricordare tante e impressionanti espressioni che affermano questa decisione, mai revocata, anzi sempre più sottolineata e messa in atto.

“ Prendiamo gli abbandonatissimi…quelli cui nessuno provvede.

quelli non raggiunti, i rifiutati da tutti…i più bisognosi….”

I poveri sono i nostri maestri e evangelizzatori, Gesù continua a ripeterci :” se non ti fai come un piccolo, se non diventi povero in spirito.. e come se non bastasse Gesù stesso si dichiara e di fatto lo è povero.

I veri discepoli di Cristo, i santi della carità, tra cui il Palazzolo e la Gabrieli, hanno compreso questa verità e l’hanno testimoniata realmente nella loro vita di “servi dei poveri,” cioè erano intimamente convinti che i poveri “ ci insegnano a vivere il Vangelo, a entrare nella logica di Cristo Gesù, ci dicono cosa comporta credere, sperare e seguire il Figlio di Dio, che da riccco si fece povero…”

Il Palazzolo  è commosso e stupito per la generosità di un povero orfano, che generosamente si è gettato in una roggia, a rischio della propria vita per salvare una donna che stava per annegare:

“Quanto dobbiamo ringraziare il Signore ! Si vede proprio che Gesù ha voluto salvare quella povera donna per mano di un nostro povero…che onore!” (L.P.n.152)

Don Luigi è meravigliato  di fronte all’aiuto materiale che viene dai poveri; lo apprezza, come Gesù che sottolineò davanti ai suoi discepoli il gesto della povera vedova che diede tutto ciò che aveva: poche monetine…..ma con tutto il cuore!

“ Quanta cura ha di noi l’Amabilissimo Gesù…e tutto per mano dei poveri. È cosa      prodigiosa.” (L.P.n.86)

Madre Teresa esprime tutta la sua fiducia nel Padre che ascolta il grido dei poveri e tiene a cuore i poveri “ le sue pecorelle più care”:

“Non si avvilisca (riferendosi al Palazzolo) perché a Brescia non avevano lo zucchero e poco a Vicenza, non si perdi d’animo, noi cerchiamo tutti di risparmiare tutto ciò che si può, e non vogliamo avere tutte le comodità , stiamo da poveri e non vergognamoci di comparire poveri, e questo ne hanno bisogno di raccomandarlo caldamente a quelle di Vicenza, mi sembrano un po’ smaniose di far bella figura, stiamo nel nostro spirito, del resto confidi nel Signore che sa i suoi bisogni e per prova che cosa li ha lasciato mancare sinora con tante spese che ha fatto?
Dunque non li faccia torto a diffidare, sono tutte anime del Signore che ha per le mani da mantenere, vuole che un Signore sì grande e onnipotente lasci mancare il necessario alle sue pecorelle più care?

Amiamolo di cuore, e poi da Lui tutto speriamo.” (T.G.n.199)

Madre Teresa si lascia interpellare di fronte allo spirito profondamente evangelico e virtuoso di una povera donna anziana e assai malata . Così ne da notizia a don Luigi:

“L’ammalata che assisto mi dice di riverirlo che lo ha desiderato tutto il giorno e di benedirla che appena sarà in Paradiso si ricorderà di Lei, di me, di tutte le nostre case, e che ci aspetta tutti, tutti in Paradiso, le dico che fa veramente invidia in mezzo a tanto male, che canta: che bel patire, è patire per Iddio ecc.ecc.e delle orazioni alla Madonna, le dico che si trovano virtù tanto eroiche che ci fanno arrossire.” (T.G.n.199)


Il Palazzolo e la Gabrieli potevano imparare dai poveri, perché essi stessi erano poveri  nel cuore e in tutto il loro essere.

PER LA NOSTRA RIFLESSIONE

  • Quali sono le situazioni e le modalità in cui ho sperimentato l’incontro con il “povero”?
  • Quale conversione, quale cambiamento sta portando nella mia vita l’incontro con          “gli ultimi” che la Provvidenza e la mia scelta di Fraternità mi fanno incontrare ?
  • Qual è il mio rapporto con le cose, con i “beni”?