Anno della fede: verso la conclusione?

Anno della fede: verso la conclusione?

Cronologicamente l’anno della fede volge  verso il termine della sua programmazione, ma si può parlare di conclusione di un percorso di questo genere? Come minimo c’è da augurarsi duri nel tempo con l’abbondanza dei suoi frutti, almeno questo è auspicabile per una programmazione seria. Ma forse occorre puntare su qualcosa d’altro, su qualcosa di più. L’apertura al futuro e la dinamicità di ogni serio percorso di crescita umana e cristiana  lo esigono.

Quali attenzioni allora, perché il cammino iniziato continui? Ritornano provvidenziali  a questo riguardo le parole di Papa Francesco nella lettera “A chi non crede”: La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore.  Senza la Chiesa  non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità. Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme.

Se il Papa, alla sua veneranda età e con la sua grande saggezza, sceglie e decide di “giocarsi” nel cammino di ricerca e di adesione alla fede, bisogna proprio dire che il percorso per riconoscere ed assumere uno stile di vita guidato da questo “guardare le cose con gli occhi stessi di Dio” non può dirsi concluso.

Prosegue Papa Francesco nella lettera citata:

Nell’ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio. E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio — questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri               e oggi, li condividono! —  non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo. Dio è realtà con la “R” maiuscola. Gesù ce lo rivela — e vive il rapporto con Lui — come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell’uomo sulla terra — e per la fede cristiana, in ogni caso, questo mondo così come lo conosciamo è destinato a venir meno —, l’uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l’universo creato con lui. La Scrittura parla di «cieli nuovi e terra nuova» e afferma che, alla fine, nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e attesa, Dio sarà «tutto in tutti».

Buon cammino, dunque, fino all’incontro definitivo!